di Maurizio Di Lucchio

Una pila di cv nello zaino e due o tre risposte brillanti per provare a stupire i selezionatori delle aziende. Il kit che ho scelto per il primo career day della mia vita è questo. Ora non mi resta che cercare un lavoro. Certo, uno ce l’ho già: faccio il giornalista.

Ma per l’occasione mi metto nei panni di un giovane “job seeker” e tento di trovare un impiego così come stanno facendo tutti gli altri ragazzi presenti in fiera. Tra l’altro, visti i chiari di luna, se qualche impresa dovesse offrirmi davvero un’occupazione, potrei farci un pensierino.

Il lavoro a cui posso ambire non è ovviamente nel giornalismo. Con una laurea in comunicazione, un master e un paio di corsi di specializzazione, posso giocarmi le mie carte nell’ambito delle pubbliche relazioni e del social media marketing. Gli altri sfoggiano titoli di studio in economia e ingegneria gestionale, ma non mi scoraggio.

Ore 9, sono pronto alla sfida. Prima di candidarmi per qualche posizione, devo allenarmi in “palestra” con gli esperti. Si parte con l’analisi della grafia. «Lo spazio che hai messo tra le parole denota una buona capacità di analisi», mi dice la grafologa Giovanna Cimnaghi.

«Ma la pressione della penna rivela una certa ansia: probabilmente non sei adatto a un ruolo professionale in cui non puoi avere tutto, o quasi, sotto controllo». È la verità. Se la dottoressa non fosse una stimata professionista, penserei che si è informata sul mio conto prima di analizzare il mio modo di scrivere.

Con qualche indizio in più sul mio carattere, giro un po’ tra gli stand della fiera per individuare le aziende a cui presentarmi. «Salve, le piacerebbe lavorare nel mondo della finanza?», mi chiede un giovane di eFinancial Careers, un sito di annunci di lavoro nel settore finanziario. «Volentieri», gli rispondo.

«Ma bisogna capire se il mondo della finanza vuole lavorare con me. Di derivati e spread qualcosa ne so, ma da qui a fare il broker ne passa». Il ragazzo non demorde: «Per lei che è un giornalista potrebbero esserci posizioni aperte nel campo del marketing. Ci lasci il suo cv e controlli periodicamente le offerte: qualcosa uscirà». Incoraggiante.

Subito dopo vado allo stand di Arval, società di noleggio auto del gruppo Bnp Paribas. La selezionatrice ascolta con attenzione la mia presentazione. «La comunicazione sui social media è fondamentale», mi dice. «Mettiamo il suo curriculum nel nostro database e lo valutiamo».

Buon segno: posso trovare un lavoro in una grande azienda anche se non ho una laurea alla Bocconi e non vesto in giacca e cravatta. E mi viene da pensare che un vantaggio i career day ce l’hanno certamente: puoi guardare in faccia chi è in cerca di personale e spiegare subito chi sei. Il rischio di non essere presi neanche in considerazione, come accade spesso con le candidature sul web, qui è molto basso.

Alle 11 è tempo di job interview, colloquio in inglese. A interrogarmi è la recruiter di una multinazionale, Unilever. In questa situazione dovrei avere più chance rispetto ad altri candidati: con l’inglese me la cavo piuttosto bene, ho anche vissuto in Irlanda.

Ma la doccia fredda è dietro l’angolo: per i ruoli nel marketing cercano persone disposte anche a trasferirsi all’estero e con un “fluent english”, un modo gentile per dirmi che devo migliorare la conoscenza della lingua. Listen and repeat, dico tra me e me. Ascolta e ripeti.
 
Mi sorge una domanda: ma il mio curriculum è scritto bene? Posso fare un “cv check”. «Le aziende per cui ha lavorato, in gran parte nel campo del giornalismo, sono tutte importanti: fanno un’ottima impressione», mi fa notare una consulente dell’agenzia di recruiting Page Personnel.

«Ma le indicazioni delle date sono troppo piccole: non si leggono. E soprattutto non si capisce bene quali fossero i suoi incarichi: dovrebbe scriverlo più chiaramente. Un ultimo consiglio? Lei ha seguito un corso di strategie di comunicazione sui social media: lo metta più in evidenza, altrimenti un selezionatore che va di fretta potrebbe non farci caso». Ricevuto. Ora mi tocca mettere mano al cv e inviarlo alla selezionatrice: mi ha promesso che mi aiuterà a trovare una posizione che fa al mio caso.

Ore 12.30. Mi cimento nella simulazione di un colloquio individuale. L’obiettivo è capire direttamente dagli esperti quali sono i miei punti di forza (e di debolezza) quando parlo con un selezionatore. L’invito del recruiter del gruppo AB è perentorio: «Mi racconti chi è e cosa ha fatto in pochi minuti».

Procedo. «Si è presentato bene», mi spiega. «Ma c’era una cosa che non funzionava. Lei si è autovalutato dicendo di essere bravo nel capire i meccanismi di comunicazione delle imprese e le esigenze di chi fa informazione. Però non mi ha fatto un esempio concreto: chi mi garantisce che lei è davvero così valido?». Apprendo la lezione: mai esprimere un giudizio su di sé senza fornire un riscontro. Altrimenti, sembra supponenza.

Il tempo scorre velocemente. Continuo il mio tour tra gli stand. In alcuni c’è una fila spaventosa di ragazzi con in mano il cv e nel cuore la speranza di trovare l’occasione della vita. Mi fanno tenerezza, anche perché nei loro occhi non leggo spirito di competizione ma solidarietà.

Come a dire: «Se non va bene a me, spero almeno che voi siate più fortunati». Un gruppo di ragazze è ammassato davanti alla postazione di L’Oreal. Io non mi avvicino neanche: non ho il physique du rôle per lavorare con cosmetici e prodotti di bellezza.

Mi allontano, pranzo e mi preparo per il career coaching. Sentito così, sembra una cosa molto “all’americana”, piena di termini come “skillato”, “potenziale”, “soluzioni”. Ma il tentativo, almeno in fiera, non costa niente e quindi mi sottopongo al test. Una rivelazione.

Il coach, Giovanni Boano dell’agenzia Hic et nunc, mi mette a mio agio e mi porta a farmi una serie di domande su ciò che davvero vorrei fare nella mia vita per sentirmi realizzato, al di là di quello che le necessità esterne (leggi: sopravvivenza) impongono di fare.

Interrogativi profondi, legati alle passioni e alle competenze, che nella fretta quotidiana non ci poniamo quasi mai. Dalla seduta, in base alle mie risposte, esce fuori che probabilmente una strada adatta a me potrebbe essere quella dell’imprenditoria e che un ruolo in cui darei il meglio sarebbe quello di aiutare altre persone a fondare imprese. Finora, è l’indicazione migliore che ho ricevuto dall’inizio del career day, anche se non va esattamente nella direzione che mi aspettavo.

La giornata però non è finita. In una sorta di gioco di ruolo collettivo organizzato dall’azienda di formazione Dale Carnegie, mi metto alla prova insieme ad altri come trainer. «Stiamo cercando un profilo preciso, un talento», dicono. «E potrebbe essere ciascuno di voi, a prescindere dalla laurea che avete».

Un’opportunità a cui non avevo pensato. Del resto, la parlantina e l’assertività non mi sono mai mancate: potrei avere un futuro in questo settore, chissà. Consegno il curriculum e mi metto in attesa: magari in questi giorni mi arriva davvero la convocazione a un colloquio.

Prima di andare via, mi fermo qualche minuto ad assistere a un incontro sull’importanza di Linkedin per il lavoro. Molte delle informazioni le conoscevo già. Così, ritornando giornalista per un po’, faccio attenzione alle domande che neolaureati e giovani professionisti pongono all’esperta: la sensazione è che questo social network sia ancora un oggetto misterioso per tanti.

L’ultima tappa è allo stand di Vodafone. Il giovane che mi accoglie mi spiega che l’azienda non raccoglie candidature cartacee, ma solo online, e che è presente a Synesis Forum per promuovere un progetto destinato ai neolaureati. A sei anni dalla laurea, sono decisamente fuori tempo massimo.

Mi fermo per un attimo a riflettere: in una giornata di incontri e colloqui, ho imparato tanto ma occasioni concrete non ne ho avute. «Comunque può andare sul nostro sito e consultare la sezione “lavora con noi”», mi dice con gentilezza il ragazzo. Grazie, ma quello sapevo farlo già.

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