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Dammi il curriculum e ti dirò chi sei

L'Espresso- MAURIZIO MAGGI

Meglio in formato elettronico e lungo al massimo due pagine.
Con le esperienze professionali elencate in ordine "anticronologico" (partendo dalla più recente).
E,se proprio non si resiste alla tentazione della foto,con un sobrio primo piano e non in costume o al pub mentre si beve con gli amici.
Piace così,ai responsabili del "recruiting" (quelli che selezionano il personale) delle aziende,il curriculum vitae ai tempi della mega-crisi.
La caccia al posto di lavoro comincia nel 99 per cento dei casi da questo documento che,magari anche a causa del nome in latino,per qualcuno puzza di vecchio.
Ma che è tutt'altro che sorpassato.
Anzi,giurano i guru delle risorse umane,è sempre più importante.
Quindi,va fatto bene: la concorrenza aguzza l'ingegno e pure lo stile.
E alle imprese,in questo periodo di vacche magrissime,ne giungono a vagonate.
Non è il caso di essere sciatti o spacconi o,peggio ancora, bugiardi.
Il "cv" potrebbe finire nel cestino e l'ingaggio a qualcun altro.
Dice Paola Feliziani,che da anni legge quelli indirizzati all'Enel (93 mila elettronici,l'anno scorso, più qualche migliaio ancora di carta): «La qualità media dei curriculum è migliorata,i candidati sono più informati e sanno che il "cv" è il biglietto da visita,il primo contatto con l'azienda a cui bussano.
Se è redatto in maniera semplice e con le notizie rilevanti che spiccano,facilita il nostro lavoro».
Al colosso delle piastrelle Marazzi,di curriculum ne arrivano 20-25 al giorno.
«Ma quelli fatti bene non superano il 15-20 per cento»,sottolinea Gianpiero Mayer.
«Se impostati correttamente fanno sì che la persona,a parità di competenze e carriera, venga esaminata per prima: un vantaggio che può rivelarsi decisivo se la società ha fretta di coprire un buco»,sostiene Alessandro Arborio Mella del gruppo alberghiero Accor.
Anziché scarpinare lasciando la letterina nelle portinerie o spendere quattrini in carta,buste e francobolli,l'aspirante 2012 naviga al computer.
Quasi tutti i siti Internet aziendali mettono in bella evidenza, sulla propria home page,la finestrella "Lavora con noi".
«La ricerca tramite il proprio sito sta diventanto lo strumento principale nel reclutamento»,rivela Paolo Citterio,presidente del Gruppo direttori del personale,che a proposito di come dev'essere redatto un "cv" raccomanda: «Dev'essere circoscritto e chiaro,evidenziare le esperienze di lavoro attuali e precedenti,sincero e propositivo.
Se ci ho messo un anno in più a laurearmi perché intanto lavoravo per mantenermi devo scriverlo.
E se sogno di entrare in Ferrari perché le macchine sono la mia passione da sempre e ho scelto ingegneria pensando a Maranello,lo devo mettere nel curriculum vitae che spedisco alla casa del Cavallino rampante».
Aggiunge Arturo Artom,fondatore del Forum della meritocrazia: «Un neolaureato deve farsi avanti,andare ai convegni o scrivere direttamente ai capi del personale,non aver paura di sintetizzare in poche righe,accanto al "cv",un proprio progetto per l'azienda in cui aspira a lavorare».
La cosa che più fa arrabbiare i selezionatori è scoprire che il candidato bluffa.
Chi si vende con troppo entusiasmo rischia: «Se uno scrive "ho grandi capacità di leadership,trasformo i vincoli in opportunità" senza riscontri reali nella carriera,a me non va per niente»,dice Federico Ott della Landi Renzo.
La balla più frequente nei "cv" inviati alla società turistica UvetAmex,riguarda la conoscenza perfetta dell'inglese,poi regolarmente smascherata con il test scritto.
Per Girolamo D'Alleo del gruppo RandazzoOptissimo (900 curriculum al mese) l'errore più clamoroso è quello di inviare il "cv" per una posizione per la quale non si hanno i requisiti richiesti.
Errore da "taglio" immediato.
L'ideale è candidarsi quando si sa che esistono posizioni vacanti.
Ma può avere successo anche l'invio di una mail di candidatura spontanea.
Se si decide di bombardare a tappeto,è opportuno personalizzare il "cv",o la lettera d'accompagnamento.
Facendo capire a chi leggerà che chi scrive sa di cosa si occupa l'azienda e perché assumere proprio lui e non altri mille.
«La varietà dei curriculum si è assottigliata da quando ha fatto irruzione il cosiddetto "curriculum europeo",un format standard che li rende tutti uguali», si lamenta da Mendrisio,Canton Ticino, Giorgia Tarchini dell'outlet Fox Town.
Sull'"europeo" ferve il dibattito: c'è chi lo considera un aiuto per gli esaminatori, sicuri di trovare al volo i dati salienti del profilo dello scrivente,e chi pensa che abbiano troppo contribuito all'appiattimento.
«C'è parecchio copia-eincolla e si vede al volo»,afferma Guido Dealessi di Manutencoop per il quale il cambiamento più simbolico riguarda il profilo degli speditori di "cv": «Prima ce li mandavano quasi solo gli operai.
Ora si fanno vivi anche ex direttori ed ex amministratori delegati».
Oltre alle pagine dedicate nei siti delle imprese, la ricerca punta sempre più a servirsi dei social network come Linkedin, ritenuto utilissimo da un cresente numero di selezionatori, e dei motori di ricerca di "job posting" come Infojob, Miojob o Monster.
Mariano Corso, docente alla School of Management del Politecnico di Milano, dice che con i social network si è diffusa l'abitudine al social marketing: «Il "cv" messo in Rete è strumento dinamico, che serve pure a chi un'occupazione già ce l'ha.
Però ai miei studenti dico sempre di non "lasciarsi andare", di essere "veri" ma di non barare né sbracare.
Il recruiter ci mette un attimo a controllare uno dei tuoi 500 contatti su Linkedin e a scoprire che non ti conosce neppure».
Da Linkedin arriva circa il 4 per cento dei 1.300 neo assunti annui della società di consulenza Accenture, che riceve 30 mila curriculum l'anno.
«L'obiettivo è di arrivare al 10 per cento», dice il capo delle risorse umane, Fabio Longo, che crede molto anche nel sistema chiamato "Referral".
Ovvero, la raccomandazione interna.
«Il 24 per cento dei nuovi entrati in Accenture è stato segnalato da dipendenti, ci piacerebbe salire al 40».
Segnalazioni alla luce del sole, che valgono quattrini a chi le fa.
Un sistema in voga nelle multinazionali Usa.
Molto meno da noi, dove raccomandare con trasparenza è una chimera