Previste entro il 2013 oltre 250mila nuovi posti di lavoro, di cui 100mila laureati nel settore dell'industria culturale.250mila nuove assunzoni nell'economia verde.

IL SABATO DEL VILLAGGIO
BUONE NOTIZIE DAL FRONTE SUD
Anche quando tutto appare maledettamente difficile, quando il destino sembra essere inesorabilmente quello del declino e del conflitto sociale, può esserci una via d’uscita e un possibile riscatto.
(da “Mettersi in gioco” di Carlo De Benedetti – Einaudi, 2012 – pag.12)
Nella centrifuga quotidiana dell’informazione, dominata fatalmente dalle “cattive notizie” e dalla doverosa denuncia contro le disfunzioni del sistema politico, economico e sociale, nei giorni scorsi sono rimaste ai margini – come i visitatori del Luna park attaccati alle pareti del Rotor – due “buone notizie” che meritano invece di essere riprese e amplificate: se non altro, per compensare il peso della sfiducia e dello smarrimento che opprime in questa fase la nostra società, nel mezzo di una crisi globale che offusca l’orizzonte del futuro collettivo. E magari per alimentare quel filo di speranza che va preservato soprattutto per i più giovani.
La prima notizia positiva l’ha diffusa recentemente la Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. Entro il 2013, annuncia una nota del vice-direttore Luca Bianchi, nelle regioni meridionali potrebbero essere creati oltre 250 mila nuovi posti di lavoro, di cui 100mila laureati, nel settore dell’industria culturale. Per un Sud in cui il tasso di disoccupazione - soprattutto giovanile e femminile - ha superato ormai il livello di guardia, più che una notizia si può considerare una “bomba”. Nonostante l’ingente patrimonio artistico millenario, su un totale nazionale di 1,6 milioni di occupati in questo settore, 1 milione 356mila (circa l’85%) sono al Centro-Nord e appena 275mila al Sud. La Lombardia, da sola, impiega in questo campo più di tutte le regioni meridionali, vale a dire circa 417mila persone, di cui il 35% laureati. Nell’industria culturale, insomma, il Sud è una vera e propria Cenerentola: il dato più alto è quello della Campania con 82mila occupati, seguita dalla Sardegna con 57mila, quindi dalla Puglia (46mila), dall’Abruzzo (28mila), dalla Sardegna (24.500), dalla Calabria (23.800), dalla Basilicata (oltre 8mila) e infine dal Molise (3.900).
Questo, invece, secondo la Svimez può essere un driver dello sviluppo soprattutto al Sud, ricco di un patrimonio culturale poco valorizzato e di un bacino di capitale umano qualificato, giovani laureati e donne, facilmente impiegabili. In particolare, la nota dell’associazione sostiene che “politiche di valorizzazione dell’industria culturale unite a investimenti integrati in cultura e innovazione, finanziate con risorse nazionali e comunitarie, potrebbero permettere al Sud di recuperare il gap di occupazione con il Centro-Nord”.
Di tante altre “buone notizie” dal fronte meridionale, è prodigo il libro di Lino Patruno, già direttore della “Gazzetta del Mezzogiorno”, intitolato “Ricomincio da Sud” e pubblicato da Rubbettino: una sorta di “visita guidata” che tende a smantellare i pregiudizi e gli stereotipi sulla Bassa Italia, raccontando storie e personaggi positivi, anche a rischio di trascurare una realtà condizionata purtroppo da una diffusa illegalità. “Fai un viaggio al Sud senza paraocchi, lo fai insomma alla caccia di una speranza, e vedi – scrive Patruno – che l’Italia potrà ricominciare solo da Sud. Vedi ricomparire la Bellezza. Vedi che, sì, il Mezzogiorno è l’ora dalla quale ripartirà tutto”.
La seconda “buona notizia”, quasi un pendant della prima, è contenuta nel Rapporto Green Italy 2012 presentato da Unioncamere e dalla Fondazione Symbola, di cui è presidente Ermete Realacci: le 360mila imprese che hanno investito nell’economia verde hanno già programmato per quest’anno altre 250mila assunzioni di personale dipendente, pari a circa il 40% del fabbisogno occupazionale complessivo del sistema produttivo italiano. E in questa eco-tendenza positiva, tra agricoltura ed efficienza energetica, innovazione e qualità, le diverse aree del Paese si ricompongono con valori pressoché analoghi fra il Centro-Nord e il Mezzogiorno. Se a 150 anni dall’Unità qualcuno continua a ritenere che bisogna ancora “fare gli Italiani”, Realacciconclude che oggi “l’Italia deve fare l’Italia”.
(sabato@repubblica.it)
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