Finalmente qualcosa si muove. Che sia davvero la volta buona per iniziare una seria riforma della scuola e ridurre il gap con gli altri paesi più evoluti?

12/10/2012

La Repubblica
CORRADO ZUNINO



ROMA
— Un’altra riforma Profumo, il più prolifico ministro dell’Istruzione da quando esiste la Repubblica italiana. L’ultima arriva alla vigilia di uno sciopero della Cgil scuola che toccherà novanta città italiane e a cui si affiancheranno (in altrettante città) studenti medi e universitari.
In pochi articoli a corredo della legge di stabilità (quella che aumenta l’Iva e abbassa alcune aliquote Irpef) Francesco Profumo vara tre cambiamenti della scuola italiana che somigliano, più che a riforme, a rivoluzioni. La prima, la cui popolarità si peserà immediatamente nel corteo di questa mattina, chiede l’aumento delle ore di lavoro per gli insegnanti dei tre cicli scolastici. Dalle 18 ore attuali a settimana si salirà a 24. Sei ore in più, 85 minuti di straordinario non pagato per ogni giornata a scuola. Alle elementari, va detto, questo è già l’orario di fatto. Il ministro chiede ai docenti italiani di adeguare il livello di impegno agli standard dell’Europa occidentale e orientale e offre tabelle che lasciano l’Italia in fondo alla classifica della produttività. Lo stipendio resterà invariato, gli scatti resteranno congelati, ma il ministero offre ai docenti 15 giorni di ferie in più, da realizzare nel periodo estivo.
In partenza per la Germania, il ministro spiega: «Chiediamo alla scuola un atto di generosità. Di più, un patto che rifondi questo mestiere così importante». Prima del 2014 non si potrà parlare di aumenti di stipendio, «legittimi ma per ora impossibili per il Paese ». Profumo chiede, però, da subito «una crescita dell’impegno sull’insegnamento, soprattutto fuori dalle classi». Con i soldi risparmiati
con le ore di supplenza non più necessarie, «investiremo sulla formazione degli stessi docenti e sull’edilizia scolastica». Il Pd, subito contrario all’ennesima riforma, ha contabilizzato in 6.400 supplenti la perdita secca.
Dichiarazioni di guerra sono partite dal presidente del partito Rosy Bindi: «Non voteremo tagli mascherati né uno stravolgimento del contratto». Nell’ultima tornata di rivisitazione della spesa, all’istruzione sono stati tolti altri
184 milioni.
Dice ancora al ministro: «Non abbiamo intenzione di coltivare il luogo comune degli insegnanti italiani che guadagnano poco e lavorano poco, conosco la delicatezza
di quel mestiere avendolo
fatto, chiedo solo che siano più flessibili. Si potranno differenziare gli stipendi: più bassi per chi vuole lavorare solo la mattina, retribuzione piena per chi accetta l’aumento delle ore».
La legge di stabilità offre novità anche sul fronte delle scuole paritarie (religiose e no). Il livello medio testato dal ministero è lontano da quello garantito dall’istruzione pubblica e troppe paritarie vengono percepite come il luogo di accesso a una maturità facile. Il ministro ha deciso di introdurre alcuni obblighi da certificare: per trasferirsi in una scuola paritaria bisognerà avere la residenza nell’area dell’istituto privato o avanzare motivazioni serie per giustificare lo spostamento. «I diplomifici usciranno naturalmente di scena».
Infine, i nuovi articoli sradicano le radici del mondo della ricerca pubblica. I dodici enti di ricerca esistenti — tra cui il solidissimo Consiglio nazionale delle ricerche, i prestigiosi istituti nazionali di Astrofisica e Fisica nucleare, realtà con cinque ricercatori come l’Istituto di germanistica e luoghi di spesa allegra e clientelismo come l’Agenzia spaziale italiana — vengono soppressi e con loro cancellati i rispettivi consigli d’amministrazione, avvertiti della novità solo ieri mattina. La ricerca pubblica si farà sotto un nuovo ombrello gigante: sarà il Centro nazionale di ricerche (mantiene per motivi di immagine l’acronimo del suo predecessore più illustre, Cnr appunto). Sul modello tedesco nascono due agenzie, controlleranno il trasferimento tecnologico e il finanziamento. Dice il ministro: «Di ogni euro che l’Italia finanzia per la ricerca in Europa, tornano solo 40 centesimi. I ricercatori italiani sono di valore assoluto, la rete che li governa è parcellizzata, distribuita in troppi edifici e scollegata dall’università. Chiuderemo i cda, non toglieremo un posto di lavoro».
La Gilda parla di legge caos, la Cgil di barbarie. Profumo dice: «Non sono il ministro del bastone, non credo che la scuola sia un’azienda, sono lontano da ogni idea di privatizzazione. Ascolterò le indicazioni della piazza e del Parlamento, ma la scuola italiana deve colmare le distanze che la separano dall’Europa migliore».
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