Sono passati cinque anni dalla notizia che fece clamore negli ambienti universitari, e non solo, sull’uso sempre più esteso della lingua inglese nei corsi del Politecnico di Milano. «Siamo dunque di fronte a una tendenza – scrive Giovanni Belardelli, professore ordinario dell’Università di Perugia – apparentemente inarrestabile, all’utilizzazione prevalente o esclusiva dell’inglese anche quando non ve ne sarebbe necessità quasi che si considerasse l’italiano una lingua residuale». (Corriere della Sera/Corriere.it, 7 gennaio 2018, p.20). Un esempio significativo è tratto dalle modalità di partecipazione al bando ministeriale “Prin 2017”, principale strumento per il finanziamento pubblico della ricerca di base, dove si richiede che la domanda sia in lingua inglese. Anche se l’uso generalizzato della lingua inglese rappresenta un fenomeno non solo italiano, all’estero - annota Belardelli – spesso ci si interroga sui rischi di un uso acritico dell’inglese. In proposito l’articolo riassume le conclusioni di una ricerca svolta tra studenti universitari austriaci della Humboldt Universität di Berlino: «Il contenuto delle lezioni era meglio compreso dagli studenti quando l’insegnamento era tradotto in tedesco da un interprete professionale, invece che ascoltato direttamente in inglese». Per saperne di più leggi:
http://www.corriere.it/opinioni/18_g...ef84081a.shtml